D.P. | Recensione

Ogni persona di genere maschile della Repubblica di Corea deve svolgere fedelmente il servizio militare obbligatorio, come prescritto dalla Costituzione della Repubblica di Corea e da questo atto. Articolo 3 della legge sul servizio militare.”

D.P. è la nuova serie di Netflix che per l’innovativo e peculiare (caratteristiche ormai per me fondamentali con 10.826 episodi all’attivo) tema mi aveva incuriosito sin dal suo annuncio, per poi innamorarmene ben prima della sua messa in onda grazie alla stupenda opening anticipata sui social da Netflix.

Ma procediamo con ordine e diamo a Cesare quel che è di Cesare, la serie è adattata dal webtoon “D.P. Dog Day (D.P 개의 날) di Kim Bo Tong e racconta del soldato semplice Ahn Jun Ho, interpretato da Jung Hae In, impegnato nell’adempiere all’obbligo del servizio militare. Finito subito nei guai ottiene una seconda possibilità entrando a far parte del reparto di polizia militare. E diciamoci la verità, vedere Jung Hae In in un ruolo drammatico e coinvolgente diverso dal melodrama romantico vale già il prezzo della corsa.

Il tema della leva militare in Sud Corea mi ha sempre affascinato, più volte ho provato a immaginare cosa si possa provare nel dover mettere in stand by la propria vita per 2 anni o più. E sebbene venga da una generazione in cui la leva era obbligatoria anche da noi, con un padre bersagliere e un fratello alpino, non riesco comunque a capacitarmi del sacrificio richiesto dalla Sud Corea. Forse perché i nostri vicini di casa sono più simpatici e certe preoccupazioni non le abbiamo, tanto da abolirla la leva obbligatoria. In mio aiuto interviene D.P. che con le sue sei incisive puntate ci mostra il dietro le quinte di questa legge coreana, che nel 2021 ancora distingue tra maschi e femmine.

Sebbene le prime puntate richiamino il film action comedy “Midnight Runners” e riusciranno anche a strapparvi qualche risata, il titolo si preoccupa di disseminare elementi più dark a mo’ di campanellino d’allarme per lo spettatore. Elementi che diventeranno sempre più preponderanti nel corso della serie, fornendoci un crudo spaccato di vita sulla leva militare e parallelamente su alcuni aspetti della società coreana, grazie al peculiare reparto di cui fanno parte i nostri protagonisti: la polizia militare a caccia di disertori.

Sarà facilissimo memorizzare grado e nome del nostro protagonista “Private An Jun-ho”, pronunciato rigorosamente con la stessa cadenza militare con cui lui lo deve pronunciare ogni volta che il suo nome viene pronunciato da qualcuno di grado più alto. Un ragazzo dall’infanzia difficile che insieme al caporale Han Ho-yeol, interpretato da Koo Kyo Hwan, può lasciare la dura vita da caserma e tornare a essere civile, o sarebbe meglio dire “fingersi” civile, per scovare i disertori.

Ed è proprio questo aspetto che spinge molti a scegliere il reparto, la possibilità di uscire e vivere come un civile, anche solo per pochi giorni, è molto invitante per diversi giovani uomini in divisa. Specie se vittime di “nonnismo”, altro tema trattato dalla serie e spesso primo motivo della diserzione stessa. Ma non l’unico. Situazioni sociali difficili, spesso al limite del degrado, (vedi gli scantinati/casa in Parasite) sono l’altro motivo che spinge alla diserzione.

Ma i nostri poliziotti militari non devono mai dimenticarsi di essere in servizio, poiché quando lo fanno la tragedia è dietro l’angolo come dimostrato nel primo episodio grazie al cameo di Go Kyung Pyo.

Al rientro da queste operazioni di caccia all’uomo li aspetta però la normale vita da caserma, alla mercé di gentaglia di alto grado che può rendere la vita un inferno ai giovani commilitoni. Come è il caso del capitano Im Ji Sup, che da un lato è lo stronzo di turno e dall’altro deve rispondere a stronzi più in alto di lui. Per interpretare tale ruolo non potevano scegliere di meglio, Son Seok Koo, un attore capace di annoiare con la sola espressione del viso. E poi tutto ricomincia da capo, un nuovo caso viene assegnato, un nuovo disertore da stanare, una nuova storia da raccontare, come in un loop in cui non puoi fare altro che andare avanti e contare i giorni che mancano al congedo. D-514 (D come Discharge in inglese).

A fare da contorno a questa cruda ma stupenda storia troviamo nuovamente una produzione impeccabile in casa Netflix. Visuali e OST accompagnano ed evidenziano perfettamente i vari ritmi della serie, il tutto su comando dell’eccellente regia.

Nel complesso D.P. offre uno spaccato di vita che ha per tema un aspetto della società coreana ormai stranoto al fandom, ma che mai era stato raccontato così schiettamente, oltretutto con un finale post titoli di coda che fa il verso a Full Metal Jacket e ci riporta punto e a capo. Il formato da 6 episodi, l’azione e un po’ di humour rendono comunque il titolo alla portata di tutti, lasciando più una voglia matta di Big Mac con Bacon che di una seconda stagione. 😉 Il formato a stagione unica è il motivo per cui amiamo i drama coreani, storia raccontata, finita, si passa oltre! Voto finale 10/10

Trailer

Laura

Da sempre appassionata di film e serie tv, nel 2012 viene casualmente catapultata nel mondo dei drama, meglio conosciuto come dramaland, qui il suo nuovo interesse cresce a dismisura portandola nel 2019 a fondare dailykdrama, per scrivere della sua passione e condividerla con il pubblico italiano.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: