Squid Game | Recensione

Un, due, tre …. STELLA!

Non è così che inizia Squid Game, nuovo drama coreano battle royal targato Netflix, ma è così che lo ricorderete!

Scritto e diretto da Hwang Dong Hyuk, vincitore di rinomati premi con i suoi film “Silenced” e “The Fortress”, Squid Game racconta la storia di un ampio gruppo di disperati (nello specifico 456) che hanno toccato il fondo e cercano in un gioco battle royal una sorta di riscatto. Indebitati fino al collo, vuoi per disgrazie di famiglia, vuoi per avidità e criminalità, questi uomini e donne accettano il misterioso invito a partecipare a un gioco, attirati dal montepremi da capogiro e inconsapevoli di ciò che li attende…

Sebbene Squid Game sia arrivato sul mercato delle produzioni Battle Royal un po’ in ritardo, con un Liar Game (j-drama) vecchio di 14 anni e il recente Alice in Borderland già confermato per una seconda stagione, riesce comunque a scalare le classifiche Netflix di tutto il mondo! Vediamo di capire il perché di tanta popolarità, a mio avviso meritata solo a metà.

Se il concetto della battle royal è vecchio, l’autore di Squid Game; che si dice abbia avuto l’idea dopo aver letto il manga “Liar Game”; lo rinnova e lo fa con stile. L’idea di usare i giochi che i bambini coreani giocavano sotto casa in un tempo ormai andato, unita a forme geometriche dai colori pastello e a guardie armate che richiamano le uniformi de “La Casa di Carta” in versione gaming, ha funzionato alla grande!

L’associazione di un periodo d’innocenza, in cui ci si sporcava con la terra nelle stradine sotto casa e/o al parco, con giochi mortali e crudeli in cui ci si sporca col sangue, ha accentuato in diversi modi quello che il drama cercava di dire. “Fin dove è pronto a spingersi l’umano adulto pur di ottenere soldi e riscattarsi da una vita d’ingiustizie?! (o forse di debito sociale?!)”

A tutta la morale che ne consegue, avrete ben nove episodi per rifletterci sopra, si aggiunge il fattore intrattenimento. L’innocenza di alcuni giochi reinterpretati in un gioco mortale per adulti ha reso il tutto più “selvaggio”. Poiché l’innocenza ce l’hanno solo i bambini e noi adulti vediamo le cose in modo diverso. Una scena in cui si lecca una tavoletta di miele in maniera disperata assume tutt’altra accezione se guardata con gli occhi di un adulto, ed è quello che il regista vuole dato le inquadrature ad hoc.

E sappiamo bene che in TV, più eccentrico e atroce sei e più il livello d’intrattenimento si alza. Questo, unito a humor, volgarità, splatter, sesso e probabilmente al passa parola, è forse uno dei motivi principali per cui Squid Game è, al momento, al quarto posto nella classifica italiana, ma già primo e secondo in molti altri paesi. O forse è semplicemente stata la campagna promozionale messa in atto dalla macchina di Netflix:

A questa scelta di concept e setting si affianca l’ottima recitazione del cast. Ma per chi segue dramaland non è una sorpresa visto la presenza di Lee Jung Jae, Park Hae Soo, e Wi Ha Joon nel cast principale. Ma anche Heo Sung Tae e Kim Young Ok (nota in Corea come la nonna nazionale) nel cast secondario. E infine i tanti cameo di rilievo tra cui spiccano Gong Yoo e Lee Byung Hun. Se le loro performance sono assicurate in positivo, mi ha colpito e stupito molto l’attrice Jung Ho Yeon, sinceramente mai vista prima d’ora. Forse perché prima faceva la modella e Squid Game è il suo debutto in dramaland.

Non è però tutto oro ciò che luccica, entrando nel merito del copione, spesso e volentieri i nostri protagonisti hanno compiuto delle scelte dettate più per il bene del proseguimento della trama che per logica. Come quando si pugnala una persona morente anziché il pericoloso rivale, ignaro e girato di spalle. A questo si aggiunge la prevedibilità di alcuni elementi chiave. Quando ti prendi la briga di mostrare cosa succede a chi rimane fuori dal gioco, ma poi all’improvviso decidi di trascinare via un concorrente, si sa già cosa (non) succederà.

Per questioni di spoiler non posso fare altri esempi, ma vi assicuro che lo spettatore più attento riuscirà ad anticipare diverse scene. A volte spoilerate da inquadrature di camera, probabilmente volute, ma per me decisamente troppo zelanti.

La cosa più fastidiosa a mio avviso è stata il sapere già dalla prima puntata chi sarebbe arrivato in finale. In un gioco di battle royal non è che puoi uccidere i protagonisti subito! Questo lo sanno anche i sassi. Coprire l’identità dei giocatori almeno durante i giochi, rimuovendo i numeri e usando maschere simili a quelle delle guardie che camuffano la voce, poteva essere un’idea per alimentare il carente fattore sorpresa e rendere il drama ancora più peculiare.

Ottimo invece il finale che schiera in campo un po’ di spiccia morale e la possibilità di una seconda stagione. Che io, in qualità di amante dei drama a stagione unica preferirei non avere, ma capisco che è tutta una questione di numeri. Voto 8/10

Curiosità: il titolo SQUID GAME è la traduzione letterale del gioco introdotto nelle prime fasi del drama e poi riproposto in seguito come gioco per i concorrenti.

Opinione personale:
La mia lista di drama completati contenenti il “Death tag” è salita di +1 e a me tanto basta. 🤣

Laura

Da sempre appassionata di film e serie tv, nel 2012 viene casualmente catapultata nel mondo dei drama, meglio conosciuto come dramaland, qui il suo nuovo interesse cresce a dismisura portandola nel 2019 a fondare dailykdrama, per scrivere della sua passione e condividerla con il pubblico italiano.

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